Se lo fotografi il tuo paese non c’è più

prefazione di Rino Mele

Un libro di fotografie, nel suo insieme di linee prospettiche, è una sorta di disegno finale che rappresenti la realtà di una scacchiera, i pezzi del gioco, ma non la mano che li muove: questa è la pena e l’inganno della fotografia, non riuscire a testimoniare direttamente, con assoluta immediatezza, la presenza del fotografo, che pure lascia innumerevoli tracce, le dissemina, turba e modifica l’oggetto ripreso, lo allontana mascherandone le pressanti richieste o l’avvicina all’improvviso fino a farsene sfiorare, tanto da rendere a volte la contiguità così forte e soffocante da sollecitare lo spettatore a un teatrale delirio, una studiata deformazione percettiva. Quando si decide di fotografare non un oggetto, ma un’idea inafferrabile e predace com’è un paese, allora le difficoltà si moltiplicano e sembra una salvifica vertigine il tentativo di chiudere, in una lineare progressione fotografica, in una lunga sequenza di immagini, la contraddittorietà e la gloria delle pietre e la memoria. Nel fotografare quel progetto inconcluso che è un paese, bisogna sottoporsi a difficili selezioni, improbabili scelte, rinunzie, cancellazioni, quasi inventarsi qualcosa di nascosto e straordinario che non si sa dove sia: il magma caro, la presenza arcana della carne dimenticata che i morti reclamano. Se chi fotografa un paese (o scrive di esso) non vi è nato ma l’ha conosciuto dopo aver vissuto altri luoghi, mostrerà nelle strette strade che mette in rappresentazione altre strade buie che a quelle somigliano, e appartengono ad altre storie: potrebbero avere, in comune, nascoste macchine di tortura e d’amore, devozioni fascinose, aspro dolore, quel subire che non finisce mai ed è la feudalizzazione del pensiero, la coazione delle idee che continua nelle carceri senza sbarre quando sostituiscono quelle che pretendono di custodire la pena dei corpi. Le sollecitazioni che un viaggiatore (o un fotografo) può ricevere da un paese del Vallo sono sintomi di ciò che resta di quanto il tempo ha devastato, le macerie che una lunga notte ha disintegrato, il sogno concreto che lacerti di ricordi non potranno mai ricostruire. Questo modo di rappresentare -pur nella sua frammentarietà- la schizofrenia di un corpo morto che si vuol far risorgere (senza avere la forza del richiamo del sangue illividito dal dolore, che si ripete) è vicino all’inconscio del paese più di quanto sia vicino ad esso la presunzione di una falsa conoscenza quando è solo ripetizione di formule, consuetudine che è incantesimo di un infedele passato, fascinazione di un tempo consunto, formulario della morte.

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La prima immagine di questo libro rappresenta la pianura aperta, al crepuscolo, un ponte di legno su uno dei canali che segnano aridamente il paese mentre corre, incontro al fotografo, un cane nero, forse è un dio dei campi col volto domestico di un animale. Lo stacco dell’azzurro cupo dei monti e il verde del seminato nella fotografia è drammatico: tra queste due presenze, Sant’Arsenio è vissuto da sempre ed entrambe hanno nutrito la sua anima.

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Tra i campi e la montagna, nella loro intersezione, è stato fondato e questa doppia anima ha conservato: un salire impedito e l’allontanarsi impossibilesul lago d’erba dell’altopiano. Giovanni Barba, presentendo questa instabilità dolorosa, continua con una serie di fotografie dall’alto e dal basso, come se una mano lo spingesse a salire e scendere a precipizio, per capire. Forzando la categoria dell’evocazione dal buio, include nella sua lettura gli interni, le visioni minime e, improvvisamente, i volti, secondo una scansione in qualche modo epica ed espressionista, come se tutto il corpo fosse racchiuso in essi. Il ritratto più significativo è quello di Gina Ammaccapane, la conosco da bambina e in questa fotografia è come se Barba fosse riuscito a rappresentare la parafrasi, la sintesi della sua vita: sui grigi e gli azzurri dello sfondo il volto enigmatico di Gina ricorda quello di una sfinge in una Tebe assediata. È l’indicazione del sacro più arcaico che, in questo volto di donna, Giovanni Barba ha saputo cogliere e fermare. Il lungo racconto delle immagini sembra svolgersi ancora nel crepuscolo, il tempo notturno che trattiene la luce.

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L’ultima fotografia è speculare alla prima. Scattata in montagna, al Lago, dove una mucca riposa, affranta dalla vita, come una costellazione.

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Le immagini sono estratte dal libro Sant’Arsenio, commissionato dal comune omonimo, in provincia di Salerno. Il volume è stato realizzato e stampato nell’estate del 2011, nell’ambito del progetto europeo Chiamata alle Arti, per la diffusione delle arti visive, la valorizzazione del territorio e la custodia della sua memoria.