Biennale dello Spazio Pubblico – Roma 2017

Pan Palazzo delle Arti Napoli – Napoli 2015

Maxxi Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo – Roma – 2014

Teatro Bellini – Napoli – 2013

Soho Photo Gallery – New York – 2012

Museo di Capodimonte – Napoli – 2012

Scuola Internazionale Fotografia APAB – Firenze – 2011

Artist House – Sant’Arsenio, Salerno – 2011

Singapore International Photography Festival  –  Singapore – 2008

Pigrecoemme – Napoli – 2008

Università dell’Insubria – Varese – 2008

Città della Fotografia – Senigallia – 2008

GiuBox Gallery – Napoli – 2008

Premio Ischia Fotografia – 2009

Premio National Geographic 2008

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 Giovanni Barba di Emiliano D’Angelo

“Un soffuso e controllato lirismo intriso di echi mediterranei, filtrato però  da una sensibilità crepuscolare, quasi dark, che sembra attingere a un immaginario iconografico che compie escursioni temporali sensibili e spiazzanti, dal barocco napoletano fino al repertorio del cinema underground: questa mi sembra la cifra più caratteristica della fotografia di Giovanni Barba. Tra le sette categorie individuate da Charlotte Cotton nel suo ultimo libro “ Photography as contemporary art “, che costituisce il più recente scorcio (con pretese enciclopediche) sul panorama della fotografia contemporanea, forse non c’è addirittura posto per un fotografo come Barba; come  sembra non essercene, del resto, neppure per i grandi maestri italiani  ai quali egli sembra essersi ispirato: i Federico Scianna, i Mimmo Jodice,  i Luigi Ghirri   . Questo perché il mainstream postmodernista che si è imposto negli ultimi due decenni mostra di nutrire una concreta idiosincrasia nei confronti del fattore-territorio, che in Barba e nei suoi antesignani è così marcatamente presente da costituire quasi una premessa irrinunciabile, una condicio sine qua non posta alla radice di ogni impulso mimetico o esplorativo.

Un’ altra specificità che mi sembra di poter assegnare al  linguaggio di  Barba è l’idea di un corpo a corpo quasi fisico con la realtà, che confina quasi con una attitudine da reporter: gli scatti non sono mai particolarmente “preparati” o studiati, ma sembrano piuttosto “provocati” (come si provoca una animale raro o feroce per farlo mettere in posa): è il corpo stesso del reporter, di cui l’obiettivo costituisce solo il terminale sensibile, la protesi più estrema, che si protende in zone off-limits interdette alla logica ed all’estetica comune, fino a tracciare una sorta di nevralgica linea di confine tra l’irrealtà del reale e la concretezza dell’immaginario. Punto di approdo di questa linea di ricerca è, per il momento, la serie Alétheia, interamente scattata nella chiese di Napoli;  dove ciò che stupisce, e nello stesso tempo chiarifica (almeno in parte) gli sforzi dei lavori precedenti, è l’accelerazione improvvisa nella direzione di una pura visibilità quasi astratta, in cui reale e immaginario si sovrappongono, in cui la realtà osservata troppo da vicino rivela il suo lato più insidioso, inconoscibile, esoterico: “che cosa è più reale?”,  sembra  interrogarci questa congerie di immagini ottenute senza alcuna manipolazione post-produttiva, “è più reale il velo o la realtà svelata che vi si annida dietro,  flirtando ambiguamente con la nostra immaginazione, suscitando chimere e metamorfosi percettive che rendono la nostra visione perennemente instabile?”.E’ il tema barocco dell’Illusione, della Maschera e dello Specchio, che qui trae un particolare e suggestivo risalto  dal fatto che il setting prescelto per le foto siano (manco a farlo apposta) piccoli gioielli architettonici del barocco napoletano, in un gioco di rimandi fra testo e contesto che ammicca anche all’osservatore più colto, perennemente a caccia di fascinazioni  mentali.

Percorrendo questa strada, Giovanni Barba sembra   allinearsi al dibattito tutto  contemporaneo sulla  “inattendibilità” dell’immagine fotografica; ma lo fa recuperando la tradizione figurativa italiana, e senza discostarsi dal suo  interesse primigenio e autentico per il territorio. Il che, a suo modo, è una specie di quadratura del cerchio, di piccolo miracolo di ispirazione.”